Le Hot Wheels

Chi non ne ha mai avuta almeno una nella vita? Ma sapete perché le Hot Wheels sono diventate così famose? Perché sono veloci! Si. Esattamente. Voi le spingete e loro sono velocissime! Acquistano subito velocità e la mantengono a lungo perché hanno un basso coefficiente di attrito. Ecco il motivo principale per cui le Hot Wheels sono diventate ricercatissime da tutti i bambini del mondo. Il resto poi è arrivato da sé. Coloratissime, robuste, esagerate, a volte rispecchiano un modello di auto reale in commercio, altre invece assurde e completamente di fantasia. Le Hot Wheels hanno anche saputo conquistare il cuore dei collezionisti adulti. Molto probabilmente quelle stesse persone che da bambini giocavano lanciandole a tutta velocità.

Semplici macchinine in ferro e plastica che tutti noi abbiamo tenuto in mano almeno una volta nella vita. Non hanno i dettagli spettacolari dei modelli fatti a mano in scala 1:18 ma non per questo sono banali.

Ovviamente la loro fabbricazione non è particolarmente elaborata e l’assemblaggio avviene con pochissime parti. Questo tipo di produzione di modellini è appunto detta Die-Cast, in questo caso in scala 1:64 (la più famosa e venduta ma ci potrebbero essere anche altre scale più o meno piccole). Una calotta in ferro, una base di plastica, nel mezzo un velo di plastica trasparente a simulare i cristalli e la macchinina è fatta! Assemblata con sicurezza attraverso una doppia punzonatura è a prova di muro e dei più ripidi scivoli condominiali, dove generazioni di bambini si sono sfidati a chi la faceva correre più veloce e più lontano. La semplicità vince sempre!

Di macchinine Die-Cast se ne possono trovare svariate in commercio, di tutte le marche e con qualità e particolari che differiscono leggermente le une dalle altre, ma quelle che da sempre attirano la mia attenzione sono proprio le Hot Wheels.

Qualche mese fa, in un centro commerciale, per caso me ne sono capitate in mano un paio (non sono ironico è andata veramente così). Non ho saputo resistere alla tentazione di metterle nel carrello! Come si fa a lasciare lì una meravigliosa Alfa Romeo GTV 3.0 V6 (quella col motore del geniale Busso!) e una prorompente Pagani Zonda R, entrambe con colorazione racing? Favolose a dir poco. Sospirando tra me e me mi sono detto “Le avessi avute da bambino queste due, le avrei fatte vincere sempre!”.

Ed è proprio stato come tornare bambino. La mia mente ha subito pensato a quella santa donna di mia nonna. A quante volte l’ho fatta ammattire chiedendogli sempre una macchinina nuova. Me ne avrà prese a centinaia. Mi voleva un bene dell’anima! Purtroppo di tutto quel patrimonio di felicità sono rimasti solo qualche macchinina, le altre regalate da mia madre ai figli delle amiche con la scusa che tanto io ero grande e non ci giocavo più. Infatti. Si vede! Sono tornato a ricomprarle da adulto! Oddio… adulto…

Comunque, su due cose non si discute, io amavo mia nonna (a prescindere che mi comprasse le macchinine o meno) ed io adoro le macchinine!

Ora però non le tengo in uno scatolone in balia di chiunque ma restano custodite tutte gelosamente nel loro blister, senza aprirle e non per questo godo meno! Anche se qualcuna la compro giusto per il gusto di aprire la scatola e customizzarla…

Ma il mondo delle Hot Wheels è veramente molto di più di quello che si possa immaginare.

Dove si comprano le Hot Wheels?

Le Hot Wheels si possono trovare un po’ ovunque nei centri commerciali, negozi di giocattoli di ogni genere o anche nei negozi specializzati per mamme e neonati. In qualsiasi paese le potete trovare nelle edicole, nei supermercati e anche discount. Insomma, buttate l’occhio in giro e troverete facilmente un cestone o un espositore pieno di blister di macchinine. La maggior parte sono vendute in blister singoli ma è possibile trovare anche confezione da 3, 5 o 10 macchinine selezionate a tema.

Il prezzo per una singola, può variare a secondo del negozio dai 2 ai 4 euro circa (ho detto circa!). Online se ne possono trovare di tutti i prezzi, se sono rare o modelli molto ricercarti il prezzo sale e potrebbe arrivare anche a qualche decina di euro.

Se non vi bastasse, c’è sempre lo Store Ufficiale Mattel in cui trovare tutti i brand o quello più specifico per collezionisti Mattel Creations.

Quali tipi di Hot Wheels ci sono?

Tantissime da perderci la testa! Possiamo però riassumere in due macro categorie: le Main Line e le Premium.

Le Main Line sono le automobiline vendute in blister singolo. Hot Wheels, brand di proprietà Mattel, ne produce una serie di 250 esemplari annuali acquistando i diritti dalle rispettive case automobilistiche e sponsor riprodotti. Ogni anno vengono rinnovate nei colori ed aggiunti modelli nuovi inediti. Sono le classiche macchinine che abbiamo avuto in mano da bambino. Sono ancora così, con le ruote in plastica, scocca in zamac, verniciatura “standard” e decals. Possono essere più o meno rare e ricercate a seconda dei modelli. Per esempio è possibile trovare in blister le Treasure Hunt (TH) e le Super Treasure Hunt (STH).

Le Premium, sono i giochi dei grandi! Le si trovano principalmente nei negozi di modellismo, online, ma con un po’ di fortuna le potete trovare anche in qualche centro commerciale e discount in generale. Il tutto sta alla discrezione del negozio e soprattutto bisogna avere la fortuna che non sia passato qualche collezionista a farne incetta prima di voi! Le premium sono solitamente modelli più ricercati e possono avere particolari più dettagliati, per esempio cofano e porte apribili. La vernice potrebbe essere in Spectraflame, la famosa vernice brillante e lucida che rende il modellino un vero gioiellino. Hanno ruote in vera gomma e molto spesso con la linea rossa (Red Line appunto) sulla spalla del pneumatico. Ce n’è per tutti i gusti a volte anche abbinate ai camion bisarca con i relativi sponsor di gara. Uno spettacolo!

Come leggere la confezione di Hot Wheels?

In italia e nel resto del mondo arrivano per la maggior parte in blister “corti” dette appunto “Short Tail”. Negli Stati Uniti vengono invece vendute in blister lungo detto “Long Tail”. Cambia la lunghezza del blister ma l’immagine stampata e soprattutto la macchinina sono identiche.

Dietro la confezione possiamo notare dei codici di cui uno univoco che determina la macchinina all’interno del mondo Hot Wheels (es: HWG78). Possiamo anche notare una descrizione con l’anno di collezione di cui fa riferimento il modello e alcuni disegni che vanno sempre guardati. Infatti le piccole Hot Wheels possono riservare delle sorprese e non sempre sono quello che sembrano. Qualcuna può avere qualche caratteristica molto particolare, sopratutto le fantasy. Possiamo trovare per esempio macchinine che sono porta chiavi, apribottiglie, dadi da gioco, porta carte o soldi. Insomma la fantasia degli ingegneri Mattel non ha limiti!

Retro blister
Retro blister

Ogni macchinina fa parte di una serie tematica e di questa è indicato il numero interno progressivo. Lo si può vedere sul fronte della confezione. Stampato in basso a destra il nome della serie, per esempio “HW SLAMMED” e più in alto “3/5”, ovvero la numero 3 di 5.

Fronte blister
Fronte blister

Quali sono le Hot Wheels rare?

Come da bambini cercavamo di finire l’album delle figurine dei calciatori e puntualmente c’erano le figurine più rare, anche per le Hot Wheels esiste lo stesso concetto. Fanno parte delle Main Line ed hanno un nome molto evocativo: le Treasure Hunt e le Super Treasure Hunt, ovvero “Caccia al Tesoro” e “Super Caccia al Tesoro”.

Le Treasure Hunt (in breve TH) hanno un simbolo circolare di una fiamma sulla carrozzeria dell’auto e lo stesso simbolo di fiamma argentata all’interno del blister della macchinina. La loro produzione è limitata.

Le Super Treasure Hunt (in breve STH), hanno la scritta TH sulla carrozzeria dell’auto, le ruote in vera gomma, la vernice Spectraflame e il simbolo di un fiamma dorata all’interno del blister. Ovviamente le STH sono molto più rare delle TH.

Oltre alle TH e STH ci sono poi un’infinità di versioni speciali che si possono trovare online nello store di Mattel. Alcune sono vendute solo in preordine ai collezionisti facenti parte del Red Line Club. Per poterne fare parte è sufficiente iscriversi annualmente al costo di 10$.

Le mie Hot Wheels

Ovviamente quando il numero di macchinine aumenta è necessario un sistema di catalogo preciso e io cosa faccio l’informatico a fare?!

L’archivio delle mie Hot Wheels e delle Matchbox.

Link Utili

Il sito FanDom con tutte le Hot Wheels prodotte anno per anno.

Il poster della serie completa Hot Wheels Main Line 2023.

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Il Pizzo Emet o Piz Timun

26/06/2022

Pizzo Emet (Piz Timun per gli elvetici)

Altezza: 3.211m
Lunghezza percorso: 16,64 km
Dislivello positivo: 1.466m

Bellissimo giro in mezzo a stupendi panorami che si divide sostanzialmente in due parti.
La prima dal parcheggio in zona Suretta poco dopo la diga di Montespluga (confine passo dello Spluga) fino al rifugio Bertacchi. Molto semplice, pianeggiante e adatto a famiglie.
La seconda che vi fa pagare tutto il dislivello che avevate scontato prima, ovvero dal rifugio Bertacchi alla cima (vedi qui sotto la traccia con il dislivello del percorso).

Traccia e dislivello trekking Pizzo Emet

Tralasciando la descrizione della prima parte, possiamo riassumere brevemente la seconda che sale abbastanza presto con forte pendenza e vi fa guadagnare circa 400 metri di dislivello. Si arriva quindi ad una zona pianeggiante in cui si può recuperare un po’ di fiato. Da lì si sale su rocce abbastanza stabili dove comunque è meglio non fidarsi troppo e terreno in forte pendenza molto friabile. Il consiglio è quello di tagliare verso destra aggirando il pendio seguendo i bolli rossi e gialli che di tanto in tanto si palesano davanti a voi. Terminata questa parte si arriva all’attacco della della lunga cresta che vi porta alla cima con tratti molto esposti in cui è consigliato seguire sempre quello che rimane del sentiero. Ci si troverà a fare tratti in arrampicata di 1° livello fino ad arrivare a 50 metri della vetta in cui troverete il famigerato “salto del gatto”. L’unico consiglio: NON SALTARE, ma affrontarlo in arrampicata come fatto fin qui.

Disarrampicata al rientro

Se fate il trekking in estate (almeno per quest’anno) non servono ramponi o ramponcini, ma sicuramente portatevi cappello, scaldacollo e una bella giacca wind-stop (io avevo pure i guanti!). Abbiamo preso più vento durante tutto il percorso che in barca a vela!

Buona navigazione a tutti!

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Il gigante morente

18/10/2020

Il Ghiacciaio Fellaría.

Uno dei più bei monumenti alla natura che abbia mai visto eppure anche uno dei più tristi.

Una maestosa meraviglia naturale che infonde angoscia ogni volta che un pezzo di ghiaccio crolla. Il tonfo dei giganteschi blocchi cadenti viene amplificato nella vallata. Il boato prodotto tocca il cuore. Impossibile rimanere indifferenti. Il grido di dolore del gigante morente è assordante.

Ram ON Cloud

Le fotografie del gigante e della sua dimora

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Evvai con i secondi 3000!

28/08/2020

Dal terzo in poi non lo dico più! Prometto!
Però il giro è stato veramente adrenalinico! 💉💉💉

Grazie ad un amico per aver condiviso con me questo spettacolare percorso! Di sicuro uno dei trekking più belli che abbia mai fatto. Grazie Grazie Grazie🙏🏻

Pizzo Filone 3133 m in un paesaggio a dir poco lunare🌚 Non ho incontrato anima viva da 2500 m in poi. La sensazione di immensità su in cima era impagabile. Al rientro, subito dopo la cima ho incontrato un camoscio. Era 30 m più in basso di me e probabilmente si chiedeva che ci facessi lì sopra!😂 Nemmeno il tempo di tirare fuori il cellulare per la classica foto che è sparito dietro un dirupo! Che snob! Ma va bene così. Già tanto che si sia lasciato vedere!

Il percorso è il seguente:
Partenza da agriturismo Tresenda. Si può optare per il sentiero di fronte a voi dietro il masso scritto di fianco al tavolino per pic-nic oppure attraversare il ponticello a sinistra e seguire la strada di terra battuta. La strada è più dolce all’inizio e continua in salita non ripida. Il sentiero è ripido inizialmente per poi portarsi ad una sorta di saliscendi costante. Entrambi arrivano al ristoro Baitél del Gras dei Agnei.
Da lì si prosegue per l’unico sentiero possibile verso la bocchetta delle Mine. Il sentiero è piacevole, facile nel prato tra mucche e rigagnoli d’acqua. Viene quasi da mettersi giù nel prato e godersela (e non è detto che un giorno non lo faccia!).
A circa 2400 circa il sentiero inizia a salire più ripido con tratti in cui è necessario utilizzare anche le mani per maggiore sicurezza. Ci sono rocce esposte, la vegetazione si dirada e diventa tipica di alta montagna. Erba, rocce, muschio la fanno da padroni.
Si continua e si raggiunge il cartello del bivio per la bocchetta delle Mine e il Pizzo Filone o i laghi delle Mine. Continuiamo sul sentiero 116 verso la bocchetta.
Passeremo quindi due piccoli laghetti colore turchese che non hanno nome.
Alla bocchetta (2800m, qui tira parecchia aria, personalmente ho messo la giacca a vento e non l’ho più tolta fino a 2500 m durante il rientro! Cappuccio compreso…) si prende per il Filone. Il cartello vi da la direzione. Il sentiero non è proprio visibile ma diciamo che c’è una sorta di migliore direzione. I segni rossi e gli ometti di pietra si palesano agli occhi uno alla volta. Se non li vedete fermatevi a cercarli perché vi indicano la strada meno rischiosa che poi è l’unica. Qui è doveroso ringraziare il CAI di Livigno che ha fatto un lavoro superlativo e non era facile a questa altitudine e con tutto questo sfasciume di rocce.
Sostanzialmente si costeggia il monte verso sinistra, quindi il pendio è alla vostra destra. A questo punto si passa attraverso una piccola bocchetta e si fa il contrario. Ovvero si aggira il monte verso destra tenendo il pendio verso sinistra e si passa attraverso una seconda piccola bocchetta. Ora, attraverso un altopiano il sentiero diventa ripido e scivoloso in alcuni tratti. Passata la parte di terra dove il sentiero è abbastanza visibile e segnalato inizia l’avvicinamento alla cresta vera e propria che vi porterà in cima.
Da segnalare un tratto con catena. Da prestare molta attenzione soprattutto nella parte appena vi aggrappate alla catena, in quanto bisogna passare da destra a sinistra salendo attraverso un canaletto di 20 cm tra due rocce. Personalmente l’ho trovato abbastanza difficoltoso nella discesa e mi sono trovato a penzolare letteralmente nel vuoto!
Detto questo il percorso dai 2600 diventa impegnativo. Ripido, con sole rocce taglienti e pendii scivolosi di terra e pietre. La discesa è sicuramente più pericolosa della salita. Cercate sempre i segnali e gli ometti che vi aiutano a passare per la linea sicura. È facile inventarsi passaggi che solo all’apparenza sembrano tagliare ed essere più semplici ma rischiate di finire in punti in cui sentirete le rocce taglienti muoversi sotto i vostri scarponi. La terra sul pendio ripido, poi, è ancora meno stabile…
Il giro non è ad anello. Per tornare indietro si deve fare necessariamente il percorso inverso. Soprattutto dalla cima fino a quota 2600 circa. Sicuramente un percorso per esperti.

Buon Trek a tutti!

Ram ON Cloud

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I miei primi 3000!

I miei primi 3000!🥳 Non potrei intitolarlo in altro modo questo post!

Il Monte Vago (Al Vach) 3058 m. Un percorso bello e non difficilissimo ad esclusione dell’ultimo tratto della cresta in cui bisogna prestare molta attenzione ed essere ben lucidi! Totale 2 ore e 30 minuti ma da prendere con molta calma. Il tempo passa in fretta tra i panorami. Impossibile non fermarsi. Inoltre il sentiero arranca parecchio.

Dal confine Italo svizzero della Forcola si prende il sentiero 111. Si prosegue per prati e sassi fino al primo bivio in cui si può andare per il 111 piz Orsera o 112 lach dal Vach e al Vach.

Apro una breve parentesi sul Pizzo Orsera. Benchè il sentiero sia segnalato, nessuno si inerpica da quelle parti. Motivo? Il sentiero è degradato, praticamente tutto sfasciumi e pietre. Quindi vi darò lo stesso consiglio che ho ricevuto io: evitate di andarci. Parentesi chiusa.

Prendiamo il 112. Il sentiero è ben segnalato, sicuro tra prati e piccole pietre ma mai sdrucciolevole.

Arrivati a 2800m circa passerete una bocchetta che vi porterà alla vista del lago Vach. Il lago è di un colore turchese spettacolare. Sembra dipinto a mano. Bellissimo il panorama del gruppo del ghiacciaio del Bernina che fa da cornice al laghetto. Si può scendere al laghetto attraverso un sentiero di terra e sassi abbastanza ripido e scivoloso. Da fare con attenzione soprattutto in discesa. Il rientro verso la la cima deve essere fatto necessariamente al contrario.

Tornando al sentiero principale, proseguite tra le pietraie costeggiando la montagna. Il sentiero continua tra sassi ma sempre molto sicuro e ben segnalato. Verso i 2900 metri inizia la cresta del monte che porta in cima. Spettacolare anche qui il panorama con a sinistra la vallata con la vista di Livigno e del suo lago e a destra il lago Vach con il Bernina.

La cresta è da fare con molta attenzione. Sono tutte grandi pietre ed il sentiero è veramente da interpretare. È facile scostarsi un po’ e le pietre non sono stabili. Bisogna aiutarsi molto con le mani.

La cima ripaga degli sforzi. Panorami fantastici. A destra il Lach Vach e il ghiacciaio Bernina. Di Fronte il Paradisin con la val Nera e i due suoi laghetti. A sinistra tutta Livigno fino al lago!

Buon Trek a tutti!

Ram ON Cloud

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La Bocheta da Tropion

Ben ritrovati! Per sciogliere un po’ il ghiaccio con le parole e con le gambe, ho scelto di condividere un bel trekking che ho fatto questa estate a Livigno con meta la Bochéta da Tropiòn (Trumpjun o Trupchun per gli elvetici). Abbiate pazienza però, è il mio primo post in tema di percorsi trekking e in fatto di gambe… Work in progress anche lì!

Si parte dal ponte Calcheira e si va per il sentiero 175. Si inizia subito con un tratto ripido ma sicuro tra i boschi. Si raggiunge una strada asfaltata fino ad un incrocio con una fontana. È il piccolo agglomerato di case che prende il nome di Camposc Tin. Si segue sempre per il sentiero 175 verso la Bocheta da Tropjon. All’inizio è un bel sentiero all’ombra attraverso prati e boschi. Successivamente il sentiero diventa più faticoso e insidioso costeggiando la montagna attraverso una zona rocciosa scoscesa da prima sulla sinistra del torrente per poi passare sul versante destro attraverso un ponte. Il sentiero continua sempre attraverso dirupi scoscesi e molti ripidi tornanti. Troverete anche un piccolo tratto con una catena.

Bisogna prestare la massima attenzione soprattutto nei punti in cui si attraversano i piccoli rigagnoli d acqua. La roccia non è stabilissima e il sentiero tende a sparire dai vostri occhi, il tutto con pendenze importanti e… Vuoti!

Si arriva al Baitel da la Sascia 2420m. Un grosso masso con un piano in cemento dove troverete il tanto desiderato cartello che vi dirà le direzioni. Prendete il sentiero di sinistra, sempre il 175, verso il confine svizzero. Io ho optato per salire dal pendio erboso, sicuramente più ripido ma con un bel panorama. Altrimenti il sentiero “ufficiale” sarebbe appena sotto la terra franata e costeggia tutto il canalone. Inoltre, dato che al rientro da la Bocheta non è possibile fare un anello, ho preferito lasciare questo sentiero leggermente più semplice e meno impegnativo per il rientro in discesa. Ma dicevamo… preso subito il manto erboso che sale ripido a sinistra del Baitel, il sentiero praticamente scompare e non ci sono segnali. Solo gli ometti di sassi vi diranno il conforto di non esservi persi. Seguiteli con fiducia.

A 2680m c’è una pre-bocchetta in cui troverete i segnali rossi e bianchi del sentiero ufficiale: siete quasi arrivati. Il panorama è fantastico. Proseguite attraverso il pendio roccioso e ripido, sicuramente molto più pericoloso in discesa che in salita ed arrivate alla Bocheta da Tropion (2782 m).

Qui il vento freddo proveniente dal versante svizzero vi scioglierà i bollenti spiriti, quindi, non fate come me, portatevi una giacca vento o comunque qualcosa di molto coprente. Da lì in poi è parco Nazionale dello Stelvio lato svizzero. Sulla vostra destra c’è una postazione di artiglieria elvetica puntata sul confine italiano (‘tacci loro!). Appena prima troverete che il sentiero prosegue in territorio elvetico. Se vi aggrada lo potete fare tutto attraverso il pendio ripido e sabbioso molto insidioso in discesa che vi porta fino a St. Moritz. Quest’ultima parte però mi è stata suggerita ma non l’ho verificata, quindi attraverso un bus si può ritornare a Livigno.

Per tornare indietro, dovete fare necessariamente il percorso al contrario prestando moltissima attenzione a tutti i punti con sassi, terra e sabbia. Dalla bocchetta, guardando verso destra vedrete il Monte Saliente e sotto, un sentiero: è il 176 che vi riporta al punto di partenza per poter fare un vero e proprio giro ad anello. Lasciate perdere! Costeggiare quel monte dentro quei dirupi è insidioso e di sicuro pericolo benché sembri a portata di gamba! Tornate quindi indietro attraverso lo stesso sentiero da cui siete arrivati. Seguite sempre i segnali rossi e bianchi. Molto consigliato l’uso di bacchette per la discesa. Io non le uso mai ma ammetto che in questa circostanza avrebbero aiutato! In linea generale non è un facile sentiero per via del terreno scivoloso, dirupi alti da costeggiare su lembi di sabbia e roccia di pochi centimetri, pendenze importanti e veramente freddo con vento dai 2600m in poi, ma sa dare soddisfazioni e ripaga con panorami mozzafiato e fauna tutta da scoprire. Per esperti.

Ciao Ciao.

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Esplorando Consonno. Il borgo fantasma.

In realtà è solo una gita fatta questo inverno… Ma ho riordinato ora le foto nel telefono e mi sono deciso a pubblicarle. Sono tutte senza filtri e purtroppo anche ridotte a 1600 px per non appesantire il caricamento.

Devo dire di essere comunque soddisfatto del mio Huawei P8 lite:  alla fine non se la cava maluccio!

Appena trovo un po’ di tempo mi informerò e scriverò anche qualcosa di più sulla storia di questo borgo, o una parte di esso, passato dall’essere città dei balocchi a un insieme di edifici abbandonati. Devo dire che comunque in internet è abbastanza pubblicata e documentata e non mi piace fare un copia e incolla.

Io vi posso dire che la sensazione di essere in un posto surreale è palpabile.

Una nota piacevole: la cosa stupenda è stata incontrare fotografi, nonne che passeggiavano, gente con il cane, compagnie di ragazzi… Insomma, in un certo senso ce l’ha fatta quell’imprenditore a creare un luogo di aggregazione.

Un saluto a tutti.

Ram ON Cloud

La sessione fotografica è consultabile a questo link

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Ritorno a GREENLAND

C’era una volta un bellissimo parco divertimenti. Il suo nome era “GREENLAND”, ma tutti i ragazzi delle mie parti lo conoscevano come “Città Satellite”. Il parco era nel mezzo del verde tra i territori di Limbiate e Cesate, nel profondo nord milanese che ha già un piede in Brianza. Ricordo che l’entrata era libera e tante famiglie e tanti ragazzi lo raggiungevano per trascorrere una domenica in compagnia, camminando nel verde e intorno al laghetto che era proprio nel suo centro. Ricordo si poteva pescare in quel laghetto e ricordo il ristorante sull’isolotto in mezzo. Poi ricordo le giostre. Ce n’erano di ogni tipo: gli autoscontri, il brucomela, le montagne russe ma anche le più semplici altalene e scivoli. Ricordo il trenino che attraversava tutto il parco. Ricordo, la pista go-kart, i mini kart e persino una bellissima pista per automodelli radiocomandati. Quelli seri, con il motore a scoppio che emanavano il vero odore di benzina, “non quelle brutte elettriche” come sottolineavo tutte le volte a mio padre 🙂

Dal 23 settembre 2009, così ci ha informato il custode (ma l’esattezza della data poco importa), tutta l’area è chiusa al pubblico. L’accesso è vietato. Tutto è stato abbandonato. Ma ieri, dopo 15 anni dall’ultima volta che vi misi piede, ho riavuto la possibilità di accedervi. A dirla tutta era già da un po’ che mi domandavo che fine avesse fatto Città Satellite; così quando la mia amica mi ha informato dell’esistenza di un’associazione che organizzava l’entrata, ne ho subito richiesto il permesso.

Adoro fare scatti fotografici in luoghi dimenticati. In quei luoghi desolati e desolanti, mi piace rivedere i modi che ha la natura di riprendersi quanto le è stato tolto. E’ come se percepissi una sorta di rinascita dalla morte. Ma quando i luoghi abbandonati che visito, sono luoghi che “IO” ho vissuto in prima persona, tutto prende un altro sapore. Tutto diventa personale. Ho avuto la sensazione che oltre ad avere abbandonato gli edifici e le attrazioni di quel fantastico mondo artificiale, qualcuno avesse abbandonato anche la mia fanciullezza alla polvere, alla ruggine, al degrado non meritato. Rivivere quei ricordi è stata un’emozione molto forte e un piacere altrettanto indimenticabile.

Andando oltre l’esternazione di questo mio “dramma interiore” 🙂 , è doveroso ringraziare l’associazione “I luoghi dell’abbandono” che sta dando la possibilità a chiunque lo voglia, di poterci accedere nuovamente. Pensate, il deus ex machina dell’associazione è un ragazzo di Vicenza con la passione smisurata per la fotografia grime. Quando gli ho parlato, la prima riflessione istintiva è stata “Ma pensa te! Uno di Vicenza che viene dalle mie parti a farmi rivedere Città Satellite! Assurdo! E meno male che gli sia venuto in mente!”. Insomma, magari ci avrà anche pensato qualcun’altro, però se non ci fosse stato lui (e la sua associazione) a sbattersi per contattare i proprietari, richiedere tutti i permessi necessari (…conosciamo tutti la burocrazia italiana!) ed organizzare tutto il resto, nessuno avrebbe ora la possibilità di rientrarci e quel luogo non sarebbe solo abbandonato, ma sarebbe anche morto. Grazie a lui… perché se penso che a nessuno delle mie parti (comuni, enti, associazioni, privati, ecc…) gli sia venuto in mente o abbia mai fatto nulla di concreto per poterci almeno rimettere piede… bhè… lì si che mi viene lo sconforto!

Sichè, questo, dopo il post di presentazione del sito, è il mio primo vero articolo! L’esplorazione della vecchia “Città Satellite” (io proprio non ce la faccio a chiamarla GREENLAND!). Abbiate pietà per le mie foto. Sono fatte tutte con uno smartphone Huawey P8 Lite e soprattutto, io NON sono un fotografo (… ma questo lo si capisce facilmente dalle foto stesse!).

Se invece vi è venuta la curiosità di visitare (ma per tanti come me si tratta di “rivisitare”) quel luogo verde, potete contattare “I luoghi dell’abbandono”. Fatelo tranquillamente. Sono ragazzi disponibili e che ci mettono l’anima, ma soprattutto, al contrario dei soliti hater su Facebook, sono ONESTI e motivati da tanta passione per la fotografia grime e abandoned e la possibilità che danno di non perdere per sempre certi posti è un fattore unico e senza prezzo.

Purtroppo non ricordo nè il nome del ragazzo di Vicenza e nemmeno quello della ragazza che lo accompagnava. Chiedo loro scusa anticipatamente, ma non li dimenticherò di certo. A loro rivolgo un saluto e un caldo ringraziamento. Mentre a Voi una buona esplorazione attraverso la gallery.

Ciao

RamON Cloud

La sessione Fotografica GREENLAND – Città Satellite

Contatti:

“I luoghi dell’abbandono”

http://www.iluoghidellabbandono.com/

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Benvenuto Ram sulle nuvole!

Presentazione www.ramon.cloud

Oggi, 8 marzo 2017, è on-line il mio sito web!

Ancora tutto under construction! Non è un blog, non è un portale, non è una raccolta di nulla se non pezzi di me stesso. Tutto da fare e rivedere. L’importante è che sia on-line… e se sono rose…

Non fate battute, simpaticoni! 😉

Ram ON Cloud

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